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Mentire a sé stessi

Ai tempi desideravo, forse più di ogni altra cosa, che la realtà non fosse- o meglio, che smettesse di essere tanto dolorosa. Così, di punto in bianco. Desideravo ardentemente di scoprire all’improvviso di essere sempre stato ingannato, di non dover affrontare quel che mi circondava e che mi fosse concesso vivere in quelle fantasie che riempivano la mia mente dal mattino a notte fonda. Ero tremendamente infuriato con il mondo, che si era permesso di riempire la mia testa di fesserie che tutt’ora infestano la mia coscienza e danno luogo a scene tanto belle ed abbaglianti da provocare l’orticaria. Ma quelli che si infuriano non vincono mai in un mondo come quello. Per quanto ci speri e lo desideri con forza, quella realtà è talmente piatta ed incolore da non fare altro che ricordarti quanto sei impotente ed inadeguato di fronte al peso pachidermico della noncuranza della vita. Sognavo così profondamente la venuta di un uomo, un messia, un dio onnipotente o anche non, che fosse capace di sostenere quella flebile speranza che in fondo in fondo fluttuava ormai spenta e priva di peso all’interno della mia anima.

Vi erano parti di me di cui andavo particolarmente fiero, un tempo. Non so, a dirla tutta, se queste “parti” facessero davvero parte di me o se si trattasse di un modo dolce della società per dirmi che in fondo ero un pochino “oltre” gli altri. Un po’ speciale, non migliore, ovviamente. “Come ti permetti? Come osi?” Mi avrebbe urlato quella maestra o quella madre di un altro bambino, se mai l’avessi anche solo pensato. Cosa sarebbe successo se gli altri alunni o, peggio, i loro figli mi avessero sentito annunciare quanto io fossi innegabilmente migliore di loro. Loro madre a testimoniare. Tutte donne, le figure autorevoli della mia vita, tolto mio padre, ovviamente. Insomma, queste “parti” di me. Queste capacità, forse? Attitudini? Io le amavo! Dolci fonti libidinose che sgorgavano nel mio ego e riempivano me stesso con la mia medesima persona, mentre un pubblico infinito mi batteva le mani e fischiava alla meraviglia, vedendomi crescere come il figlio che gli altri genitori desideravano. Eppure adesso le odio. Odio l’attitudine al pensiero logico. Odio le capacità mnemoniche ed il senso del dovere. Detesto avere tutte le carte in regola per essere un bravo bambino. Eppure- Eppure non sono io quello incoerente. Io ho giocato alla partita in cui sono stato messo da qualcun altro ed ora che so le regole ed i trucchi per vincere, quelli non ci giocano più con me. Non vogliono uno difficile da battere, cercano solamente un altro pivello per versare il risultato di una partita facile nell’otre infinita del loro ego maniacale. Ed io che ho vinto qualche partita di troppo ho iniziato a fare come loro ed ora li odio e mi odio per quelle doti che mi hanno dato e che sono state la loro stessa rovina. Ho smesso di giocare, mi sono isolato.

A quale scopo porre un bambino sul piedistallo quando non si merita davvero di starci? Io non sono disposto a dimostrare l’impegno che quel podio richiede a chi vi sta sopra. Non sono disposto a investire le mie energie. Desidero che questa realtà sia finta e mi illudo.