Premessa
Decisi in principio di utilizzare nomi di fantasia per raccontare questa storia, dato che doveva essere un racconto puramente fantastico e desideravo immergermici io stesso.
Ma dopo aver scritto alcuni capitoli ho realizzato che c’è molto più di me, nelle righe che seguiranno, di quanto avevo creduto prima di iniziare.
Ragion per cui utilizzerò i veri nomi delle persone che ho incontrato e dei luoghi in cui sono stato.
Non me ne vogliano i miei amici.
Capitolo 1 - Introduzione alla città di Mille Miglia e arrivo in quest’ultima
Dicono, alcuni, la vita essere deludente. E lo dicono con molta disinvoltura e disillusione, in un vecchio bar di paese, per esempio.
A metà bicchiere, a mezzanotte passata, per esempio.
E lo dicono poiché ci navigano da diverso tempo ormai, nella vita, e per molto altro tempo vi navigheranno e ad oggi non sembrano essere in grado di vedere un orizzonte, una linea d’arrivo, o di sosta quanto meno.
Alchè alcuni, in mancanza di punti di riferimento danno di matto, e iniziano ad inventarsi che c’è, in realtà, un grande obiettivo.
Esiste una cosa, un’impresa che bisogna compiere.
E quest’impresa va realizzata in un posto, lontanissimo, in cui bisogna arrivare.
Quando ci venni per la prima volta, non sapevo questa fosse la città di Mille Miglia. O meglio, non sapevo dell’esistenza della stessa, né tanto meno la immaginavo.
Ѐ un luogo strano, questo.
Se solamente non fossi un incurabile scettico direi o avrei detto, da moltissimo tempo, che questa città nasconde qualcosa d’inspiegabile nelle sue viscere, in profondità nei suoi sotterranei e nei canali.
Mi è di non facile compito descrivere ciò che ho vissuto, ma sono divorato e consumato dalla necessità di raccontare di questo luogo, dei suoi suoi abitanti e della desolazione delle anime che ho incontrato.
Ѐ a causa della mia noncuranza e curiosità che finii in questo purgatorio e fu sempre a causa della medesima noncuranza che perdetti la via tra i vicoli di questa città e smarrii me stesso. Ed ora che ho intravisto la luce, mi domando se le tenebre non emanino un calore ormai troppo confortevole da abbandonare, troppo caldo e morbido per uscire a riveder le stelle.
Avevo solamente vent’anni quando sentii la melodia per la prima volta.
Il mio corso di studi era ormai quasi concluso ed iniziavo a domandarmi cosa ne sarebbe stato di me. Mi trovavo di fronte un futuro incerto, come anche altri ragazzi della mia scuola e non sapevo verso quale delle infinite vie volgere il mio sguardo.
Capitò dunque, precisamente nel giorno del mio ventesimo compleanno, che i miei genitori ricevettero una chiamata, da una lontana cugina, figlia della sorella della mia seconda madre.
In passato avrei detto che quello è stato l’inizio di tutto, ma non avevo idea dell’errore che stavo commettendo. La città stava già subdolamente spargendo la sua canzone, la sua convocazione nei luoghi in cui vivevo e in cui mi sentivo al sicuro.
Avevo in programma una festa per il mio compleanno, ed invitai alcuni degli amici più cari, che si presentarono all’ora di pranzo.
Mangiammo e ci divertimmo, parlammo dei nostri segreti da adolescenti e passammo l’ennesimo di bei momenti.
Ricordo candidamente di quando mi accorsi che Giulia non era più nella stanza poiché, con la scusa di dover andare in bagno, si diresse in camera mia e tornò con indosso alcuni dei miei vestiti. Passò il resto della festa indossando quelli e fu incredibilmente imbarazzante dover spiegare a mia madre che non eravamo una coppia, solo che lei era fatta così.
Giulia fu sempre una grande amica per me. Insieme a lei mi sentivo al sicuro, aveva un’anima pacifica, colorata.
Io e mia madre comprammo fin troppe cibarie per la festa. Con la paura che i miei sette amici rimanessero con la bocca disoccupata, riempimmo il tavolo della sala di pizzette e paste di vario genere. L’ho realizzato solo di recente, q. Quanto assomigli a mia madre intendo.
Questo desiderio inconscio di dimostrare a tutti che non ci mancano i soldi, che siamo esattamente come loro e che possiamo permetterci di spendere quanto serve per una festa.
O forse non le assomiglio affatto. Magari stava solamente assecondando le mie insicurezze da adolescente ansioso di fare bella figura con gli amici.
Ho lavorato molto su me stesso recentemente. Una volta la mia ex mi gridò, esasperata, che sono troppo ossessionato dai soldi.
Non capii, in principio. Non mi ero mai risparmiato un centesimo con lei tra vacanze, ristoranti e regali costosi, ma non parlava di quello.
L’ho capito, adesso.
La festa andava bene.
Non so cosa mi prese, in verità.
Eravamo tutti molto allegri e spensierati quando decisi di dar loro la notizia.
“Me ne vado” dissi.
O qualcosa del genere. Ѐ difficile mettere a fuoco per bene i dettagli di quel giorno di più di tre anni fa.
Come quando sei vittima di un forte trauma e i ricordi diventano sfocati e molto luminosi. Le sagome iniziano a perdere i loro contorni e quella sorta di rumore di fondo prende il sopravvento sulle loro parole.
Questo è un dettaglio non necessario, ma mi ricordo di ragazza x, la chiamerò così per non pronunciare il suo nome.
Ragazza x era seduta sulle mie gambe in quel momento, sul divano nell’angolo della sala, con gli occhi gelosi del suo fidanzato, ragazzo x, che ci guardava con la coda dell’occhio.
Eravamo grandi amici ai tempi, tutti e tre.
Credo di aver commesso alcuni errori sulla strada per arrivare qui.
L’ho capito, adesso.
L’atmosfera si fece pesante quando dissi quelle parole.
Si voltarono tutti verso di me, cupo e silenzioso che cercavo le parole adatte per spiegarmi.
Avevo gli occhi puntati in terra, come al mio solito quando devo dare brutte notizie.
Dissi loro che avevo quest’opportunità, in un paese lontano.
O meglio, non dissi loro che quella era una di tre scelte che mi furono presentate nel medesimo giorno del mio ventesimo compleanno e che avevo già deciso.
Di recente mi è stato detto più volte che vivo una vita troppo adulta per la mia età.
Tutte queste decisioni molto difficili da prendere ed il peso di una vita che per molto tempo ho creduto mi sia stata imposta.
I miei amici vivono ancora con i loro genitori.
Escono, si divertono e studiano ancora, giocano.
Ed io sono qui, invidioso ed arrabbiato.
Alcune settimane dopo il mio compleanno affrontai l’esame di maturità e lo passai a pieni voti. Erano tutti certi che avrei avuto un futuro brillante e che avrei fatto strada.
Ed in effetti di strada ne ho fatta, ma non penso sia ciò che intendevano.
Non ricordo la sensazione di quando ti diplomi, e questo mi intristisce molto.
Il senso di spensieratezza e libertà che solo poche occasioni nella vita ti concedono di sperimentare.
Mi ricordo l’esame però. Buono, ma di sicuro non da voto massimo, che poi “voto massimo”.
Con due crediti in più, mi avrebbero dato anche la lode. So che l’avrebbero fatto.
Ma non li avevo tutti, quindi cercai di convincere il mio professore di reti a darmi novantanove invece di cento. Non volle.
Ed in effetti era una scemenza.
Chimi assistette al mio esame ed Alberto aspettò fuori. Poco più tardi si presentò anche Negro. A volte mi chiedo come stia, Negro. In tutta la classe, oltre agli altri due che ho citato ed un altro paio di nomi, era il solo a starmi simpatico.
Dissi che me ne sarei andato anche durante l’esame, e ad un paio di professoresse vennero gli occhi lucidi.
Sono tutti particolari non rilevanti ai fini della storia, ma ricordare mi scalda.
Vidi Nicoletta e gli altri volti importanti della mia adolescenza e lo dissi anche a loro.
Dico “Nicoletta e gli altri” non perchè agli altri voglia meno bene, ma perchè di quella volta mi ricordo bene la sua reazione.
Un volto pieno di incredulità e confusione.
“Ma come?! No, io non voglio.” furono le sue parole.
Ed anche la pizza in mano agli altri taceva, tale che cupa era quella sera d’estate.
Vorrei ricordare qualche bel dettaglio in più, come l’ubriacatura al mare di qualche giorno dopo e la nuotata di mezzanotte nell’Adriatico.
La tempesta delle due del mattino che ci costrinse a tornare nelle nostre roulotte e che spense anche la luce del falò in spiaggia.
Dopo pochi giorni lasciai i miei amici in seguito a una chiamata urgente dei miei. Se non mi fossi sbrigato a tornare e a salire sull’aereo, quel posto che mi avevano offerto se lo sarebbe preso qualcun altro.
Ci sono diverse altre cose che accaddero in quei giorni e che sono parecchieo importanti ai fini del racconto, ma intendo tornarci più tardi per esprimermi al meglio al riguardo.
Il resto è abbastanza ofuscato.
Non ricordo il ritorno e non ricordo l’arrivo a casa.
Non ricordo la rassegnazione negli occhi e nel cuore dei miei e non ricordo l’ultima volta che accarezzai il gatto. Ho giusto qualche accenno nella memoria delle raccomandazioni pre-volo. Che se non me la fossi sentita o se non volessi più farlo, andava bene così.
Che potevo tornare indietro in qualunque momento e che loro non mi avrebbero voluto meno bene per quello.
Ricordo della banconota da cinquanta di mio padre, che furono gli unici soldi con cui andai via: “per le emergenze” mi disse. “O se ti viene fame in aeroporto” mia madre.
Ah! Mi viene da ridere se penso che questi sono i miei “soldi del papi” con cui ho iniziato a vivere.
Ce li ho ancora ed intendo incorniciarli. Proprio come aveva fatto Anna coi suoi primi dieci euro guadagnati grazie al lavoro che ama.
Ma non mi va di parlare di lei, mi vergogno anche a nominarla.
Era il mio primo volo, ma ricordo poco anche di quello.
Feci la conoscenza di Angela, che poi non rividi mai più.
Sedeva sul sedile accanto al mio e disse che potevo passare da lei e da suo marito e che potevamo fare amicizia, perché le sembravo un bel tipo, ma io non avevo idea di dove stavo andando.
L’autista arrivò in ritardo ed impiegammo circa un’ora per arrivare in città.
Durante il viaggio parlai con lui, George, e sua moglie di cui non ricordo il nome.
Lui autista a tempo pieno e lei organizzatrice di matrimoni romeni, business in crescita in quel periodo.
Non mi rimase molto di loro, eccetto il biglietto da visita di lei, che ancora conservo, ed il mio primo debito, che avrei dovuto pagare a mia zia.
Quel giorno non andai direttamente nella nuova casa, ma nel luogo in cui lavorava mia cugina, che mi aveva trovato un posto.
Detti le mie informazioni e, firmati i documenti, mi fornirono un conto bancario da usare nel paese.
Il giorno seguente, l’otto luglio, iniziai il lavoro.
Quei giorni furono molto frenetici.
Ricordo poche cose e desidero dimenticare molte di queste. Quello iniziale fu un periodo adrenalinico e di sentimenti molto forti.
Finora ho parlato con grande disinvoltura della mia partenza e del mio arrivo, ma è bene sapere, prima di proseguire, che Mille Miglia è una città… Peculiare, unica nel suo genere, si potrebbe dire.
Temo sarò preso per pazzo, ad onor del vero, o nel migliore dei casi, malato di qualche crisi isterica o nervosa. Eppure ciò che racconterò non è niente di meno di ciò che ho visto con i miei stessi occhi.
Giugno 2023